di Tittyna
Parla dei vecchi ragazzi che hanno iniziato il liceo a metà degli anni '80.
- Trentamarlboro -
Io, nel 1985, ero alle elementari. I ragazzi del liceo, allora, mi passavano davanti come una curiosa via di mezzo tra i compagni di classe, rumorosi e volgari, e mio padre. Qualcuno veniva a prendere una sorella, magari con il motorino, e sembrava tanto lontano e irraggiungibile da crederlo irreale, come Pegaso. Da lì a poco tempo, però, sarebbero diventati il punto di riferimento, la cartina tornasole del mio posto nel mondo. Il mondo, pochi anni dopo, a pochi istanti dalla licenza media, sarebbe passato attraverso i loro occhi.
Un mondo piccolo, certo, eppure allora vastissimo, e tutto da scoprire. Andare a fare shopping in centro era un viaggio interminabile, lungo un pomeriggio intero. E un pomeriggio, allora, durava dieci di questi. Loro si voltavano a guardarmi ed io, in quel momento, ero sicura di esistere.
Tra le righe di Ho perso la verginità... scorre anche la mia vita. Su un piano diverso, su percezioni diverse e più grossolane, ma è stato pur sempre il mio tempo. Nikka Costa è stata la mia prima canzone, con le parole inventate e modulate su ipotesi di suoni percepiti attraverso il vinile gracchiante per i mille ascolti ripetuti. Madonna è stata, ed è, la mia unica icona, l’unica concessione che faccio, ancora oggi, al Mitismo senza discussione, all’adorazione di feticci basati unicamente sulla Fede.
Queste righe mi consegnano la storia di quegli anni fatti di ore interminabili, di vacanze spensierate, di amori incompresi e fuggevoli, e mi mostrano quello che ho vissuto solamente di striscio, colpendomi al cuore. Io quei ragazzi e quelle ragazze li ho visti, e Trentamarlboro me li riconsegna per farmeli guardare meglio, da dentro e non più da lontano. Mi mostra che le paure, gli errori, le svolte e i dolori alla fine sono parte anche di chi, a quei tempi, mi appariva invulnerabile. Di chi sembrava camminare le vie di un mondo del quale volevo far parte al più presto, e a tutti i costi. Anch’io ero lì, sulla spiaggia, intorno al fuoco a intonare le canzoni del sole. Ma di loro, di Mattia e Fabrizio, di Luca e Domiziana, delle Claudie e delle Silvie, vedevo solo la parte esterna: il carisma, il fascino, gli strumenti per usare il presente meglio di come potessi io.
Questo libro racconta. Racconta non come farebbe un vecchio nonno reduce da mille guerre, dove anche il suono delle bombe era musica. Racconta la verità. Dice che era bello, ma anche difficile. Che era giusto sbagliare, ma che in quel momento, purtroppo, non se ne conosceva il prezzo. Che tutto si paga, anche la sbruffoneria, quando poi la vita ti sbatte in faccia la morte, l’abbandono, il non ritorno.
E il tempo che passa, alla fine, resta sempre e solo un gran bastardo.
Parla dei vecchi ragazzi che hanno iniziato il liceo a metà degli anni '80. - Trentamarlboro -
Io, nel 1985, ero alle elementari. I ragazzi del liceo, allora, mi passavano davanti come una curiosa via di mezzo tra i compagni di classe, rumorosi e volgari, e mio padre. Qualcuno veniva a prendere una sorella, magari con il motorino, e sembrava tanto lontano e irraggiungibile da crederlo irreale, come Pegaso. Da lì a poco tempo, però, sarebbero diventati il punto di riferimento, la cartina tornasole del mio posto nel mondo. Il mondo, pochi anni dopo, a pochi istanti dalla licenza media, sarebbe passato attraverso i loro occhi.
Un mondo piccolo, certo, eppure allora vastissimo, e tutto da scoprire. Andare a fare shopping in centro era un viaggio interminabile, lungo un pomeriggio intero. E un pomeriggio, allora, durava dieci di questi. Loro si voltavano a guardarmi ed io, in quel momento, ero sicura di esistere.
Tra le righe di Ho perso la verginità... scorre anche la mia vita. Su un piano diverso, su percezioni diverse e più grossolane, ma è stato pur sempre il mio tempo. Nikka Costa è stata la mia prima canzone, con le parole inventate e modulate su ipotesi di suoni percepiti attraverso il vinile gracchiante per i mille ascolti ripetuti. Madonna è stata, ed è, la mia unica icona, l’unica concessione che faccio, ancora oggi, al Mitismo senza discussione, all’adorazione di feticci basati unicamente sulla Fede.
Queste righe mi consegnano la storia di quegli anni fatti di ore interminabili, di vacanze spensierate, di amori incompresi e fuggevoli, e mi mostrano quello che ho vissuto solamente di striscio, colpendomi al cuore. Io quei ragazzi e quelle ragazze li ho visti, e Trentamarlboro me li riconsegna per farmeli guardare meglio, da dentro e non più da lontano. Mi mostra che le paure, gli errori, le svolte e i dolori alla fine sono parte anche di chi, a quei tempi, mi appariva invulnerabile. Di chi sembrava camminare le vie di un mondo del quale volevo far parte al più presto, e a tutti i costi. Anch’io ero lì, sulla spiaggia, intorno al fuoco a intonare le canzoni del sole. Ma di loro, di Mattia e Fabrizio, di Luca e Domiziana, delle Claudie e delle Silvie, vedevo solo la parte esterna: il carisma, il fascino, gli strumenti per usare il presente meglio di come potessi io.
Questo libro racconta. Racconta non come farebbe un vecchio nonno reduce da mille guerre, dove anche il suono delle bombe era musica. Racconta la verità. Dice che era bello, ma anche difficile. Che era giusto sbagliare, ma che in quel momento, purtroppo, non se ne conosceva il prezzo. Che tutto si paga, anche la sbruffoneria, quando poi la vita ti sbatte in faccia la morte, l’abbandono, il non ritorno.
E il tempo che passa, alla fine, resta sempre e solo un gran bastardo.
